LA
CHIESA ROMANICA E L’AFFRESCO QUATTROCENTESCO
(Francesco
V. Lombardi)
La collocazione topografica, ambientale e viariaIn
epoca moderna e fino a pochi anni fa, anche in sede locale quasi nessuno
conosceva l’esistenza di una chiesetta in grave stato di abbandono,
dedicata a Santa Maria, con l’aggiunta del caratteristico locativo ‘in
Silvis’, che perpetuava la sua antica denominazione derivante dal
latino.
Eppure essa era segnata sulle carte dell’Istituto Geografico
Militare 1:25.000 e anche 1: 100.000, nel quadrante di Sassocorvaro, in
provincia di Pesaro e Urbino. Dall’Unità d’Italia, assieme al vicino
castello di Valle Avellana[1],
il luogo è stato ricompreso proprio nel comune di Sassocorvaro[2].
Annessa alla chiesetta c’era una casa, forse un tempo abitazione del
rettore, e poi di una famiglia colonica. Poco distante c’era un’altra
casa rurale, ora scomparsa.
La posizione di questo piccolo nucleo si trova su una balza
pianeggiate, a 439 metri sul livello del mare, con ripidi pendii su tre
fronti che si affacciano panoramicamente sulla media vallata del fiume
Foglia, fra Casinina di Auditore e Bronzo di Sassocorvaro. Proprio di
fronte, verso ovest, si prospetta ancora pressoché intatto, il nucleo
castellano murato con porta gotica di Valle Avellana (m. 370). A nord si
erge la dorsale del Monte di S. Giovanni con la sommità detta Osteriaccia
(m. 631). Già il nome stesso evoca un punto di ricovero e di accoglienza
della viabilità antica in una landa montagnosa priva di abitazioni. In effetti, quando la più frequentata direttrice di collegamento fra la vallata fogliense e quella del Conca, che passava più a ovest lungo l’asse M. Altavelio - S. Croce - Bronzo, era interrotta a causa di tensioni politico - militari fra i signori di Rimini e quelli di Urbino ( M. Altavelio infatti era dei conti di Montefeltro ), allora la viabilità dei sudditi e degli alleati dei Malatesti si spostava su questo corridoio parallelo facendo perno su Valle Avellana e S. Maria in Silvis. Dal fondovalle - ove c’era e c’è ancora la Celletta - la strada saliva lungo il corso d’acqua chiamato Rio Petroso proprio dal castelletto di cui ancora rimangono i ruderi. Ma per evitare il castello di Valle Avellana, luogo militare, c’era una deviazione sulla destra che saliva alla chiesetta di S. Maria in Silvis, per ricongiungersi con quella che passava sotto le mura del castello principale. Di qui si saliva al Passo detto ‘del Trabocco’[3] e poi si poteva percorrere agevolmente l’altipiano fino al Trebbio, per scendere verso Molino Renzini, sul fiume Conca e proseguire oltre S. Maria del Piano e Montescudo per Rimini. Dal passo del Trabocco si poteva scendere anche lungo il Ventena di Castelnuovo, passando sotto Torricella, fino all’incrocio con la ‘Strada petrosa’ fra S. Pietro in Cotto di Morciano e Monte Fiore.
Ecco quindi l’importanza e la spiegazione della funzione che
aveva questa piccola cellula religiosa che a prima vista ora appare
sperduta in mezzo ad un territorio disabitato e un tempo -per di più-
sicuramente boscoso[4].
Ma nel medioevo i mezzi di collegamento erano ben diversi da quelli della
locomozione moderna. Allora si andava solo a piedi o con cavalcature e le
mulattiere erano le strade paritariamente frequentate da papi, re,
imperatori, pellegrini e mercanti, artisti girovaghi e viandanti, povera
gente e mendicanti. La rupe tufacea su cui e stata costruito
l’oratorio di Santa Maria in Silvis Le notizie storiche.
Fino ad ora la documentazione storica su questa chiesa è del tutto
scarsa. Si sa solo che non era parrocchiale, ma cappella semplice, cioè
non aveva cura d’anime. Quindi non aveva un parroco o rettore, ma solo
un cappellano curato, provvisto di qualche bene immobile di dotazione
ecclesiastica. La chiesetta dipendeva dalla non lontana parrocchia di S.
Giorgio di Valle Avellana, che forse anticamente era situata dentro il
castello, e che fu poi ricostruita lungo la strada che sale verso monte,
su un rialzo del terreno.
Una inedita visita pastorale del vescovo di Rimini, Mons. Salicini,
attesta che il 16 di marzo 1594 egli si fermò nella chiesa parrocchiale
di S. Giorgio di Valle Avellana e che il giorno seguente si recò in
quella di S. Maria in Silvis, retta dallo stesso parroco, rilevando che
non erano stati ancora messi in atto i decreti del Concilio di Trento e
ordinando di fare l’imagine della Madonna. Notizie di altre visite
pastorali saranno riportate in altri contributi di questo libro.
L’unico accenno a stampa conosciuto è nel ‘Trattato de’
luoghi pii e de’ Magistrati di Rimino’, pubblicato nel 1617 da Cesare
Clementini. In esso sono citate due volte le chiese di S. Bartolomeo di
Rio Petroso e di S. Maria di Terra Rossa ( cioè la nostra chiesa ) oltre
quella di S. Giorgio di Valle Avellana[5].
Il toponimo di ‘Terra Rossa’ usato in quei tempi derivava dalla natura
e colorazione del terreno arenaceo che presenta una tonalità che tende
all’ocra.
Ma se S. Maria non fu mai parrocchia, viene spontaneo
chiedersi quando, come e perché essa fu fondata. Si può tentare di
rispondere a queste domande, considerando che essa si trovava su un luogo
di transito, che in origine doveva esserci solo una piccola celletta di
ricovero dei viandanti, che fu poi ingrandita, abbellita e dotata di beni
terrieri. Questo fatto può essere collegato solo a qualche evento
miracoloso che ha indotto qualche facoltoso benefattore a far erigere in
quel posto - come un piccolo santuario- un isolato gioiello di
architettura romanica fra il XII e il XIII secolo, di cui rimangono a
testimonianza varie parti residue.
Un piccolo edificio sacro di origine romanica
Fra la metà del 1100 e i primi decenni del Duecento tutta questa
fascia montana medioadriatica fu percorsa da una seconda ondata di
maestranze itineranti di artefici che provenivano dal nord Italia, e che
costruivano edifici religiosi - grandi e piccoli- secondo lo stile che fu
poi denominato romanico, perché si richiamava ai canoni dell’antica
arte romana[6].
L’originaria chiesa di S. Maria in Silvis fu costruita da un
gruppo di questi mastri muratori. Ne fanno fede alcune residue parti dei
paramenti murari che ancora si presentano con belle pietre squadrate di
arenaria color ferrigno, di cava locale, magistralmente congiunte insieme
con un invisibile velo di calce; ne fa fede l’originario portale
laterale sud, sormontato da un arco a pieno centro; ne fa fede la vicina
finestrella centinata con un monolito della stessa pietra: e infine il
grande arco trionfale che delimitava la tribuna, ora innestato nella
muratura della facciata d’ingresso.
Occorre subito rendersi conto che l’allineamento della originaria
costruzione sacrale era disposto sull’asse ovest - est, cioè con
l’entrata ove è ora l’altare e con l’abside ove è ora la porta.
Questo fatto rientra in un modo consueto di costruire le chiese da parte
di committenti religiosi medievali e di costruttori d’epoca romanica.
L’abside era rivolta a oriente per il mistico raccoglimento in preghiera
verso i luoghi santi della cristianità, ma aveva anche lo scopo pratico
di far entrare dalle finestrine svasate i primi chiarori dell’alba ed i
primi raggi del sole nascente per lo svolgimento delle funzioni mattutine.
Di ciò si ha anche una testimonianza concreta: nel corso dei
recenti restauri è stato rilevato e messo in luce, sia all’esterno che
all’interno della attuale facciata d’ingresso, il già ricordato
grande arco in belle pietre squadrate e sagomate di arenaria. Altro non
era che l’attacco dell’abside semicircolare che era rivolta verso
oriente. La chiesa quindi ad una certa epoca è stata girata
all’incontrario.
All’interno si nota che entrambe le pareti terminali della
piccola zona del nuovo altare erano affrescate, e forse anche la piatta
parete di fondo. Se in quella di destra fu fatto l’affresco che ci è
rimasto, della Madonna col Bambino risalente ai primi anni del ‘400,
allora vuol dire che già in tale epoca la disposizione della chiesa era
stata capovolta, con l’ingresso a est e con la parte dell’altare verso
ovest. Si tratta di un fenomeno abbastanza diffuso che ha modificato
l’assetto di molte chiese romaniche e gotiche per ristrutturazioni
causate da eventi sismici o da deterioramenti climatici.
Poi, verso il 1600 la chiesetta fu di nuovo ristrutturata in più
punti, forse a seguito di un parziale crollo. All’interno, lungo tutto
il sottotetto fu abbellita da una cornice di stucco e venne del tutto
imbiancata. Sotto tale copertura fu nascosto anche il nostro dipinto fino
agli anni dell’ultima guerra, quando poco a poco la scialbatura fu
corrosa dagli agenti atmosferici e la pittura a tempera (che
impropriamente continueremo a chiamare affresco) ritornò alla luce.
Ma proprio in tale epoca le porte vennero scardinate, il tetto
cominciò a deperire e a cadere a pezzi: all’interno della chiesa,
vicino al portoncino laterale meridionale si interrò un seme di una
pianta locale che germogliò: l’alberello in cerca di luce fece uscire
il proprio fusto dalla apertura di questa porticella, così come dimostra
la foto che fu scattata in occasione della prima nostra visita. Il
pavimento allora era stato sacrilegamente sconnesso, violando le tombe
sotterranee, da parte di ‘sciacalli’ che cercavano improbabili
‘tesori’. L’informazione avuta dall’amico Angelo Chiaretti, che
mosse allora l’interesse di chi scrive, fu quella che un pregevole
affresco veniva preso a sassate nel corso di riunioni notturne da parte di
‘vandali’, e che la gente del posto riteneva che vi si facessero le
‘messe nere’. Mentre le autorità locali, Comune e Comunità Montana,
si dedicavano a dare lustro al paese di Sassocorvaro con l’invenzione
dell’<Arca dell’Arte> e con l’istituzione del <Premio
Nazionale Pasquale Rotondi ai salvatori dell’Arte>, nel loro
territorio si consumava questo deprecabile misfatto su un’opera
d’arte. Il quattrocentesco affresco deturpato di S. Maria in
Silvis. A chi lo vide per la prima volta nel marzo del 1995, illuminato dal sole che batteva nella parete destra della chiesa, entrando a cielo aperto dal tetto non più esistente, l’affresco si presentava con i colori alquanto sbiaditi, che tendevano al color ocra, ma lo si poteva cogliere a colpo d’occhio in tutta la sua bellezza.. La Madonna, in posizione frontale, aveva il volto statico, dal colorito perlaceo, dalle fattezze e dai lineamenti perfetti: la bocca piccola e ben disegnata, gli occhi magistralmente segnati , le ciglia rimarcate quasi come con una moderna matita estetica; le pupille vive, dolci, ma fisse; le sopracciglia arcuate, quasi modernamente rifilate. Così la immaginazione del solitario visitatore l’ha memorizzata, guardando solo la parte sinistra del dipinto, scattando le poche diapositive rimaste. Queste poi hanno rotto l’incanto perché purtroppo la parte speculare destra del viso vi appariva irrimediabilmente perduta per una sacrilega ferita di colpi che avevano intaccato tutta la pellicola pittorica fino al nudo intonaco.
Il viso era incorniciato da una miniata aureola circolare e dalla
fronte scendevano fin sulla veste trapunta di stelle i lembi del velo che
copriva il capo. Con ogni probabilità la figura della Vergine, scomparsa
nella parte inferiore, si presentava seduta, forse in trono, secondo un
modello consueto fra il Duecento e gli inizi del Quattrocento. Sulle
ginocchia appariva seduto di profilo, voltato da sinistra verso destra
-rispetto a chi guarda- il Bambino Gesù, coll’aureola e i capelli
ondulati. Anche parte del piccolo viso è andata sacrilegamente perduta.
Ma è rimasto ben integro il grazioso particolare delle mani. Su quella di
sinistra è posato un piccolo uccello - sembra un falchetto - che col
becco si protende a pizzicare il dito della mano destra che il Bimbo gli
porge.
Forse nessun altro simbolo meglio di questo avrebbe potuto
caratterizzare l’intitolazione della chiesa dedicata a S. Maria ‘in
Silvis’.
Il pannello di fondo è costituito da una tenda con motivi a
broccato, con pieghettature che rivelano una certa professionalità
dell’arte pittorica. Un frammento di fascia a decorazione analoga sta a
testimoniare che la raffigurazione era racchiusa in un riquadro
ornamentale, secondo una tipologia consueta degli affreschi devozionale
fra Trecento e Quattrocento. Ma
ciò che desta meraviglia è la squisita fattura del volto della Vergine,
quello che veramente può dare l’avvio alla ricerca dell’autore del
dipinto. L’attribuzione dell’affresco.
In mancanza di documenti sulla antica committenza delle opere
d’arte, la ricerca di ogni autore va necessariamente fatta sui caratteri
stilistici che rivelano una mano d’artista o della sua scuola: si tratta
di ricercare una firma non firmata. Dal punto di vista storico, la
presenza di un affresco è della massima importanza, perché esso
testimonia senza ombra di dubbio la presenza in loco del pittore, e quindi
il caso è ben diverso da quello di una tavola dipinta, opera di bottega,
che poteva essere stata realizzata in un luogo e trasportata anche lontano
per committenza, vendita, furto o altro. In questo caso l’affresco di S.
Maria in Silvis è stato fatto proprio per questa chiesa.
Nel convegno di studi, promosso da chi scrive, tenutosi a
Sassocorvaro il 6 ottobre 1996 su ‘La pittura nel territorio di
Sassocorvaro dal ‘300 all’800’, Maria Rosaria Valazzi - della
Soprintendenza ai Beni artistici e storici delle Marche - ha svolto una
relazione su ‘Il salvataggio e il recupero di un affresco del ‘400 a
Valle Avellana (1995)’. In quella sede l’illustre studiosa ha
attribuito l’affresco alla Scuola umbro - marchigiana.
La ulteriore ricerca stilistica dell’autore di quest’opera ha
portato ad individuare uno dei nomi più noti della pittura umbra degli
inizi del ‘400: cioè Giovanni di Corraduccio da Foligno, detto il
Mazzatosta.
In un documento del 6 aprile 1415 ‘Magister Johannes Coradutii de
Fulgineo’ promette di decorare nello spazio di tre mesi tutta la
Cappella di S. Croce nella chiesa di S. Venanzo di Fabriano[7].
Ancor oggi nella stessa parte della chiesa, ora Cattedrale, sono
conservati un paio di frammenti di una Crocifissione[8].
Due ‘Pie Donne’ sorreggono la Vergine in deliquio per il dolore:
quella di sinistra, a viso frontale, rivela i caratteri somatici che poi
saranno ripresi nel volto della Madonna di S. Maria in Silvis. Ma la
conferma di questa circolarità di attribuzione: documentazione
dell’artista > ciclo pittorico si S. Croce di Fabriano > affresco
di S. Maria in Silvis, viene da un’altra stupenda pittura murale: la
Madonna col Bambino della chiesa dei Frati Minori di Massa Fermana (AP)[9].
Qui, il Bambino Gesù ha nella mano un piccola rondinella. Oltre a ciò
questa raffigurazione è del tutto analoga alla Madonna col Bambino del
Palazzo Comunale d Montefalco (PG), pure attribuita a Giovanni di
Corraduccio da Foligno. Qui il Bambino tende la mano verso un pulcino che
esce dall’uovo tenuto in mano dalla Madre[10]. Si tratta
di
una fra le più commoventi simbologie della maternità. Tutte
queste composizioni, con lo stesso tema della Madonna in posizione
frontale e col Bambino in braccio, riecheggiano le connotazioni
tipologiche della Madonna di S. Maria in Silvis, anche se qui il Bambino
è rivolto da sinistra verso destra. Rispetto alle perecedenti
rappresentazioni nel nostro esemplare il pittore ha disposto in senso
inverso il cartone traforato che serviva per delineare le sagome delle
figure sul muro, spruzzandovi la polvere di gesso o di carbone come
traccia per la successiva stesura del colore.
Sicuramente tutte sono databili al primo o secondo decennio del
Quattrocento. Si avrebbe con ciò una riprova che Giovanni di Corraduccio
spaziava nei suoi viaggi, non solo per l’Umbria, ma anche nelle basse e
medie Marche ed era perfino risalito a nord in un lembo della diocesi di
Rimini incuneato nell’alta Marca, come appunto il territorio di Valle
Avellana. D’altra parte, già Federico Zeri ha ampiamente mostrato come
il pittore di Foligno conoscesse bene modi e stilemi artistici dei pittori
riminesi della fine del Trecento e come era stato certamente influenzato
dalle opere di Carlo da Camerino[11].
Questo territorio fu costantemente incluso nella diocesi di Rimini
dall’alto medioevo ai giorni nostri[12].
Era quindi naturale che rientrasse nell’area di influenza comitativa del
potente comune riminese anche prima dell’avvento della grande signoria
dei Malatesti (1292). Da tale epoca in poi Valle Avellana costituì uno
dei principali castelli di frontiera dello stato malatestiano. Nella
‘Descriptio Romandiole’ fatta fare nel 1371 dal cardinale Anglic
Grimoard. si riporta che nel comitato della città di Rimini vi è anche
‘Castrum Vallis Avellane’ nel quale risiedono 14 famiglie
tassabili[13].
Sono note le secolari vicende di conflitti fra i Malatesti e i
conti di Urbino che possedevano numerosi castelli di ostruzione della
Valle del Conca ( M. Grimano, M. Altavelio) e nella valle del Foglia (
Frontino, Belforte ). Quindi in certi periodi particolari, come si disse,
di tensioni politiche, religiose e di ostilità militari questa proiezione
del territorio riminese fino alle rive del fiume Foglia, ebbe anche la
funzione di corridoio continuo di passaggio e di collegamento sicuro da
Rimini verso la Valle del Tevere (cioè Sansepolcro e Roma) attraverso i
territori dei fedeli alleati Brancaleoni, cioè Sassocorvaro, S. Angelo in
Vado e Mercatello.
Su questa direttrice oltre che i soldati, i mercanti, i pellegrini,
erano passati i pittori riminesi della prima metà del Trecento per andare
ad Assisi ed a Roma a vedere e imparare le nuove forme d’arte espresse
da Cimabue e da Giotto[14].
Nel 1404 c’era passato un ambasciatore fiorentino, Rinaldo degli
Albizzi, che ha lasciato scritto ‘...Domenica adì 25 di maggio, partii
da Rimini, albergai a Saxcorbaro; adì 26 a Mercatello a desinare’. Poi
valicò l’Appennino, verso Sansepolcro e Firenze[15].
Quattro anni dopo, nel 1408, in senso contrario si registra il
passaggio di papa Gregorio XII (al secolo Angelo Correr)[16],
che ebbe il coraggio di rinunziare poi alla tiara pontificia per l’unità
della Chiesa. Il 27 ottobre il corteo papale parte da Sansepolcro, passa
per Mercatello e Sassocorvaro (Mercatale); il 1 novembre è a Monte Scudo[17]
e il 3 successivo entra a Rimini[18].
Ecco che allora si ha la conferma della funzione che aveva S. Maria in
Silvis proprio negli anni in cui fu dipinto l’affresco. Al seguito del
corteo papale c’era anche il pittore Giovanni di Corraduccio da Foligno?
[1]
Sul castello medievale di Valle Avellana manca ancora uno studio
specifico. Per ora cfr. AA. vv., Rocche
e castelli di Romagna, III, Bologna 1972, pp. 344-345. [2] G. ALLEGRETTI, Mutazioni circoscrizionali nei comuni di Montefeltro e Massa (1814 - 1823), in ‘Studi Montefeltrani’, 4 (1976), p. 32, quadro IV, p.40. [3]
Archivio di Stato, Pesaro, Legazione Apostolica, Lettere delle Comunità, Montefeltro, b. 82 (1707. Scriveva il
Podestà di Tavoleto a data 17 giugno 1707: ‘ Strada del Trabocco
fra il Castello di S. Giovanni e quello di Valle Avellana. Strada
veramente publica, non solamente assaissimo pericolosa nel transito,
quanto fa tremare lo spirito il vederla dal gran precipitio’. [4]
A monte della chiesetta, nell’ultimo dopoguerra è stato fatto un
rimboschimento di terreni abbandonati con improprie piantagioni di
conifere. [5]
C. CLEMENTINI, Raccolto Istorico
della fondatione di Rimino e dell’origine et vite de’ Malatesti,
vol. I, Rimini 1617, allegato pp. 18-19. 6
F. V. LOMBARDI, L’architettura
romanica e gotica, in AA. vv.,
Il Montefeltro - 1. Ambiente,
storia e arte nelle alte valli del Foglia e del Conca, Villa
Verucchio 1995, p. 253. L’autore non conosceva ancora questo rudere.
[7]
A. ROSSI, Una visita
all’Archivio Notarile di Fabriano, in ‘Giornale d’erudizione
artistica’, II (1873 ), fasc. I, p. 81. [8]
B. MOLAIOLI, Nota su Giovanni di
Corraduccio da Foligno, in ‘Rassegna Marchigiana’, IX
(1930-31), pp. 33-37. [9]
Soprintendenza alle Gallerie e Opere d’Arte delle Marche, Mostra di opere d’arte restaurate, Urbino 1967, n. 4, pp. 13-14,
fig. 5 ( F.A.G. ). L’attribuzione fu allora riferita a un ‘Pittore
Camerte degli inzi del sec. XV’. Puntuale l’assegnazione a
Giovanni di Corraduccio in M. BOSKOVITS, Osservazioni
sulla pittura tardogotica nelle Marche, in AA. vv.,
Rapporti artistici fra le Marche e l’Umbria (Convegno di studio
Fabriano -. Gubbio 8-9 giugno 1974), Deputazione di storia patria per
l’Umbria Perugia 1977, in particolare pp. 40-44 e tav. 30. [10]
Ivi, tav. 31. Una recente
verifica sull’originale, commissionata ad un esperto d’arte, ha
rivelato che l’opera è stata in quel punto restaurata, ma che ‘si
distingue abbastanza chiaramente la forma dell’uovo con una macchia
in alto’. L’opera più completa sul pittore è: Giovanni Di
Corraduccio, Catalogo della mostra fotografica, Moltefalco agosto
1976, a cura di P. Scalpellini, Foligno 1976. Per altri confronti si
vedano in essa, p. 116 fig. 30: la Madonna con Bambino (che
tiene sulla destra una piccola colomba), Castelbuono di Bevagna; p.240
fig. 107, Montefalco, San Francesco; p. 252, fig. 120: Volto della
Madonna, Foligno Pinacoteca; p. 258, fig. 126, Foligno San
Salvatore. [11]
F. ZERI, Un’aggiunta a
Giovanni di Corraduccio, in IDEM, Diari
di lavoro, Torino 1976, ora in IDEM, Giorno
per giorno nella pittura. Scritti sull’arte dell’Italia centrale e
meridionale dal Trecento al primo Cinquecento, Torino 1992, pp.
62-63. Per le opere di Carlo da Camerino nella zona cfr. F. V.
LOMBARDI, Due opere di Giovanni Baronzio e di Carlo da Camerino da Macerata
Feltria a Urbino, in AA.vv., Il
Convento di S. Francesco a Macerata Feltria, (Atti del Convegno di
Studi 30 agosto 1981), San Leo 1988, pp. 111-131. IDEM, La trecentesca croce dipinta di Carlo da Camerino a Macerata Feltria,
in ‘Studi Montefeltrani’, 15 (1988), pp. 5-37. Per una tendenziale
attribuzione divulgativa a Carlo di Camerino dell’affresco di Massa
Fermana e di un altro nella Pinacoteca di Ancona, pure assimilabile a
quello di S. Maria in Silvis, cfr. A. STRAMUCCI, Conosci
le Marche, Guide turistiche, Rimini 1974: Ascoli Piceno, p. 104;
Ancona, p.23. [12]
L. TONINI, Della storia civile e
sacra riminese, III, Rimini 1862, pp. 104, 134, 608-614, 623-626. [13]
L. MASCANZONI, La ‘Descriptio
Romandiole’ dl Card. Anglic. Introduzione e testo, Bologna 1985,
p. 247. Per una comparazione viciniore si faccia mente locale che Rio
Petroso aveva 6 famiglie, Auditore 21, Tavoleto 30, Ripa Massana 6,
Torre (cioè Torricella) 9. [14]
P. G. PASINI, La pittura
riminese del Trecento, Milano 1990. [15]
R. DEGLI ALBIZZI, Commissioni
per il Comune di Firenze, a c. di C: GUASTI, n. VIII, Firenze
1867. [16]
L. ZANUTTO, Itinerario del
Pontefice Gregorio XII da Roma (9 agosto 1407) a Cividale del Friuli
(26 maggio 1409), Udine 1901, p. 72. E’ del tutto fuori di
logica storica e topografica l’ipotesi qui fatta, sulla base di una
indicazione di C. Tonini, secondo cui il papa passasse per Urbino. In
primo luogo perché il conte Guidantonio da Montefeltro era favorevole
all’antipapa Benedetto XIII; in secondo luogo perché non si
spiegherebbe il passaggio per Montescudo, che era del tutto fuori del
tracciato naturale Urbino - Monte Fiore - Rimini, ed era invece
allineato con quello Sassocorvaro - Rimini. Ma cfr. anche la nota
seguente sull’informazione che i sammarinesi ritengono di dare al
forse ignaro conte Guidantonio del passaggio del papa da Montescudo.
Inoltre è noto che, a garanzia della sicurezza del viaggio del papa,
la Signoria di Firenze aveva dato in ostaggio ai Brancaleoni 16
giovani delle migliori famiglie, i quali erano custoditi proprio nella
rocca di Sassocorvaro. ZANUTTO, Itinerario
cit., p. 59, nota 2. [17]
A. BELLU’, Serie di documenti
dell’Archivio di Stato di San Marino, in ‘Le Signorie dei
Malatesti. Atti della Giornata di studi a San Marino’, Rimini 1991,
pp. 60-61: lettera dei Capitani reggenti al conte Guidantonio di
Urbino: ‘Avimo presentido che ‘l Sancto Padre gionse a Monte
Schudolo giòbia (giovedì) sera proxima passada et che ancho senza
fallo va in Arimino’. [18]
L. NARDI, Cronotassi dei Pastori
della S. Chiesa riminese, Rimini 1813, p. 194 (458).
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