Lettera del Vescovo
Visita Pastortale Riccione – S. Lorenzo Carissimo Don Tarcisio, condivido pienamente e sottoscrivo quanto hai detto al termine della suggestiva celebrazione eucaristica presso il parco “Padre Pio”, a conclusione della visita pastorale alla vostra parrocchia, la sera dell’8 maggio u.s., davanti a quella folla variopinta e composta, che offriva una immagine felice di una bella comunità parrocchiale. Mi sembravi frizzante come un prete novello e con il tuo solito sorriso, condito con una giusta dose di commozione, hai detto davanti a tutti, rivolgendoti al Vescovo, non meno contento e commosso di te: “Questo evento della visita pastorale è stato un vero momento di grazia”. In quei giorni particolarmente ricchi e fecondi mi sono ritrovato anch’io più volte nei panni di Barnaba, di cui si legge nel libro degli Atti degli Apostoli che, arrivato ad Antiochia, “vide la grazia di Dio e si rallegrò” (11,23). Ho avuto modo infatti di incontrare una comunità cristiana viva, attiva, cordialmente aperta a tutti e fortemente appassionata alla causa del regno di Dio e del santo vangelo. Non trovo perciò eccessivo – anzi mi ci ritrovo in pieno – quanto mi scrivete nella relazione: “La comunità di s. Lorenzo è una vera comunità, sia sul piano sociale che su quello ecclesiale”. Questo non significa minimamente che vi sentiate già arrivati, ma che state andando avanti nella giusta direzione, verso una meta tanto esigente e altrettanto fascinosa e attraente. La visita è iniziata la sera di domenica 2 maggio, con la celebrazione dei vespri, e, dopo una cenetta veloce e molto familiare, è proseguita con l’incontro con il Consiglio Pastorale. Questo avvio semplice ma intenso mi ha confermato nell’impressione già provata quando, fin dai primi, indimenticabili contatti, mi sono trovato in mezzo a voi: ho avuto anche stavolta la percezione netta che la Parrocchia possiede un nucleo di laici maturi e adulti nella fede, i quali, con la guida del parroco, si pongono in un atteggiamento di sincera ed effettiva corresponsabilità nei confronti dell’intera comunità parrocchiale. Questa confortante sensazione mi si è rafforzata la sera successiva, quando ci siamo ritrovati per una assemblea con tutti gli operatori pastorali. In quell’occasione mi sono ridetto che è proprio vero: una comunità cristiana, prima che dalle sue attività e dai molti servizi, è fatta dal clima che vi si respira. E il clima che si coglie tra voi è sereno, gradevole, costruttivo ed effettivamente collaborativo: come non benedirne il Signore? In quell’assemblea ben preparata, ordinata e molto partecipe, mi avete presentato la relazione sullo stato della parrocchia. Ne è emersa l’immagine di una “comunità in cammino”. Da quanto mi avete scritto e io stesso ho sperimentato, risulta l’infaticabile impegno profuso nel costruire, con l’indispensabile grazia di Dio – “se il Signore non costruisce la casa…” - una comunità che sia e si offra come una vera “casa-famiglia”. Al riguardo mi è parsa simpatica e carica di significato la sottolineatura di un dettaglio, da voi evidenziato con legittima, comprensibile soddisfazione: quello dei molti operatori pastorali che hanno le chiavi di “casa”, ossia della canonica e delle strutture parrocchiali. Lo leggo come l’indicatore di un grande senso di responsabilità e di reciproca fiducia tra parroco e collaboratori. Mi rendo ben conto che, a rendere laboriosa e alquanto disagevole l’organizzazione del servizio pastorale, è la complessità delle problematiche, derivanti dalla somma di due fattori: l’elevata consistenza numerica della popolazione (con 6.200 abitanti) e la vasta estensione territoriale dell’area su cui insiste la parrocchia (per la bellezza di circa 7 Km!). La suddivisione in sei zone mi sembra una soluzione ben riuscita, perché suddivide la comunità in articolazioni “sostenibili” ed evita il rischio dell’anonimato, favorendo una fitta rete di relazioni personali e l’offerta di interventi mirati, attorno alle due chiese succursali, quella di Betania e, l’altra, di Spontricciolo. Un tempo avete tentato di animare le varie zone con una fitta rete di centri di ascolto del Vangelo, che però sono ormai spenti, ma vorrei invitarvi a rilanciarli, perché, opportunamente ripensati e rivitalizzati, possono offrire una concreta possibilità di incontro tra la parola di Dio e la vita della gente Uno degli incontri più vivaci è stato senz’altro quello con il gruppo delle catechiste, che ho trovato motivate e sinceramente appassionate alla crescita religiosa dei piccoli. Inutile dire che anche s. Lorenzo di Riccione è… in questa parte del pianeta in cui si registrano non poche e non piccole difficoltà in ordine alla educazione cristiana dei figli, la prima delle quali risulta lo scarso coinvolgimento delle famiglie e, ancora più a monte, la cosiddetta “religione dello scenario”, espressione plastica che fotografa la situazione di molti genitori, per i quali la fede rimane sullo sfondo, senza incidere sensibilmente nel cambiamento della mentalità e del comportamento. Per quanto riguarda i piccoli, sono soprattutto i ragazzi delle Medie a risentire negativamente di tale situazione, come emerge dalla forbice sempre più larga tra la frequenza del catechismo e la scarsa affluenza alla Messa domenicale, e dal fenomeno vistoso e drammatico dell’abbandono dopo la cresima. Ciò che mi ha colpito molto positivamente è stato il toccare con mano la voglia di non rassegnarsi a tali preoccupanti derive, impegnandovi in tre direzioni. La prima è quella di rendere il catechismo gradevole e attraente, e in questo ambito la catechesi del “buon Pastore” vi risulta un metodo interessante ed efficace, almeno per la fascia dei più piccoli. L’altra direzione è quella delle “domeniche comunitarie” che con ritmo mensile vengono vissute con i bambini e le rispettive famiglie, e prevedono, oltre alla partecipazione alla s. Messa, anche il pranzo comunitario, seguito dalla condivisone del momento pomeridiano. Ma non posso che darvi ragione quando affermate che “in una gestione ‘ordinaria’ della catechesi, la vostra parrocchia sta facendo tanto. Il problema è che si vive in una situazione straordinaria: alla catechesi sono affidati compiti inediti e la parrocchia non può operare scelte in modo unilaterale”. Resta quindi una terza direzione di marcia, ed è quella di dare un volto missionario alla parrocchia, attraverso quella “conversione pastorale” che provochi e accompagni il passaggio da una pastorale di conservazione ad una pastorale di evangelizzazione, su cui si innesti l’annuncio, fatto di parola amichevole e, in tempi e modi opportuni, di esplicita presentazione di Cristo, unico Salvatore di tutti. Ma, parafrasando s. Paolo (cfr Rm 10,14s), verrebbe da dire: come sarà possibile dar vita a una parrocchia missionaria se non ci saranno dei veri missionari? E come ci saranno degli evangelizzatori, se essi per primi non saranno stati evangelizzati? Questa sorta di “rivoluzione copernicana” sarà praticabile quindi solo a condizione che la parrocchia riesca a “generare”, con la grazia dello Spirito Santo, dei cristiani adulti e maturi che sappiano testimoniare con “fatti di vangelo” la bellezza e la concreta vivibilità della fede. Anche su questa strada vi vedo ostinatamente incamminati, e quindi non posso che incoraggiarvi ad andare avanti: con lo slancio della speranza, con l’audace e tenace creatività di una instancabile pazienza. Occorre infatti ricordare che oggi la tentazione più sottile per noi pastori e per i nostri collaboratori è lo scoraggiamento. Dobbiamo quindi tenere sempre presente che noi siamo chiamati a seminare, non a raccogliere, e quando veniamo sorpresi dalla gioia del raccolto, si tratta per lo più di quello che altri, prima di noi, hanno seminato. Questa prospettiva, se vissuta con fede, non solo ci risparmia lo sconforto di amare, penose frustrazioni, ma mantiene in quota il livello di quell’indispensabile spirito di gratuità, che ci è necessario come l’olio alla macchina: fa girare bene il motore, evitando che si bruci. Ma- voi lo sapete bene - l’obiettivo apostolico di un vero missionario è e resta quello del più grande missionario di tutti i tempi, s. Paolo: “ardere, non bruciarsi”. Caro don Tarcisio, la visita pastorale non ha risolto tutti i problemi della parrocchia, ma non era questo né il suo obiettivo né il miraggio di qualcuno. Per quanto mi riguarda come pastore della Diocesi, ho condiviso le vostre fatiche, ho gioito delle vostre consolazioni, ho apprezzato i vostri sforzi nel tendere all’ideale di una comunità parrocchiale bella, vivibile, che risulti non solo aperta e accogliente, ma attraente e invitante per “quelli di fuori”. Non posso però chiudere questa lettera senza averti detto un doppio grazie. Il primo è per il dono che ci fai di questo tuo sacerdozio, vissuto ogni giorno con l’entusiasmo del giorno della tua ordinazione, e che mi fa chiedere con lo stupore commosso della prima volta che ho avuto la grazia di ordinare un prete: è questo il segreto della tua giovinezza? Il secondo grazie te lo debbo e te lo voglio dire per aver accettato di essere nominato Vicario per la Pastorale, senza né fartelo né farmelo pesare. Ti prego di salutarmi tutti e ciascuno dei tuoi amatissimi fedeli, e di accettare il mio abbraccio fraterno che desidero farti arrivare con tutta la stima, la gratitudine e l’affetto, con cui il Signore me lo fa nascere dal cuore + Francesco Lambiasi |